27 settembre 2016

Corso di cucina pugliese

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E’ cominciato con il blog. Scrivere le ricette che conosco come su un quaderno di appunti e raccontare anche la loro storia o il racconto del momento in cui le preparavo, mi ha aperto un mondo sul web. Pensavo che sarebbe stato solo un posticino comodo e accessibile da qualsiasi parte ogni volta che  avessi avuto bisogno di ricordare dosi e procedimenti. E pensavo anche se sarebbe servito solo a me. Poi, piano piano, si è affacciato un gruppo sempre più folto di appassionati e curiosi. E sono arrivate le prime mail e i primi messaggi, in cui mi chiedevano se per caso organizzavo corsi. E così si è affacciata nella mia mente anche questo desiderio, che è diventata un’idea fissa, poi un progetto e poi realtà. E ne sono davvero felice.

Ora posso dire che sono davvero contenta della formula che ho proposto e che ha riscosso già molti consensi.

Ci sono 5 tipi di corsi tra cui scegliere e da personalizzare a seconda dei propri gusti. Se è giorno di mercato al paese si può anche andare a fare la spesa tutti insieme e decidere al momento cosa si vuole assaggiare. Poi si va al trullo e si comincia a mettere le mani in pasta. Alla fine del corso si pranza tutti insieme sotto il pergolato o, se piove, davanti al caminetto di pietra.

E la cosa bella è che fin dall’inizio si respira aria di nuove amicizie, di belle persone, di scambi tra culture diverse, di appunti di nuove ricette che arrivano da lontano e di voglia di divertirsi imparando.

Ecco le foto del corso di sabato scorso. Abbiamo imparato a fare la focaccia barese, il pane di casa mia, i cavatelli, il polpo affogato, il sugo di frutti di mare, peperoni fritti raccolti direttamente dal mio orto, olive fritte e panna cotta con cotto di fichi.

Ringrazio Lea, Limar e tutto il gruppo per la loro allegria, la loro compagnia e anche per le foto.

Se volete maggiori informazioni potete scrivermi al mio indirizzo di posta elettronica annagentiledg@yahoo.it o contattarmi sui vari social (vedi lato di questa pagina).

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15 settembre 2016

Strudel di fichi

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Mi son svegliata e c’era la nebbia. Mi sono avvolta nello scialle turchese leggero e sono uscita per respirare l’aria fresca e umida che comincia a profumare di un’altra stagione, che però ancora non è qui. Si sta solo affacciando e sa che la sto aspettando. Mi son goduta i primi brividi di freddo e son tornata in casa perchè il caffè era già pronto e mi aveva avvertito con il suo profumo.

L’estate sta andando via e porterà con se la mia spossatezza, la mia indolenza e la sensazione perenne di disagio che mi accompagna quando c’è caldo.

Sbrigo le faccende in casa perchè ora si, col fresco, che ho voglia di uscire e passeggiare nell’erba bagnata e raccogliere quello che la mia campagna comincia a regalare.

Arrivo in campagna e vado nell’orto, mentre una pioggia finissima comincia a scendere. Mi stupisco nel vedere quante melanzane e peperoni e pomodori ancora ci sono sulle piante e quante ne spunteranno ancora, ora piccole ma promettenti. Ovunque odore di menta, basilico ormai fiorito, salvia e rosmarino. E’ spuntata anche la mentuccia che se la calpesti diffonde un profumo selvatico e antico. Un albero di fichi dimenticato, perchè non ha mai portato frutti, ora è pieno di fichi spaccati e aperti che sembrano fiori rossi.

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E piove….

Lumachine lente mi consigliano di rallentare e io mi perdo in questo pensiero. vorrei tanto fermarmi un pò, ma non è nella mia natura.

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Raccolgo nel cesto quello che posso, erbe aromatiche, cicorielle tenere e ‘sivoni’ appena spuntati, 3 zucchine con un fiore grande, due melanzane viola e una bianca, qualche pomodoro già rosso, peperoni verdi, qualche fico maturo, poche more e anche due lilium e una rosa profumata spuntati a sorpresa nel giardino. Ormai diluvia e non posso più restare. Torno a casa con una bella energia addosso.

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Ci sono i miei nipoti a casa e decido di preparare con loro un dolce. Uno strudel veloce con i fichi da mangiare con la crema pasticcera calda. Insomma ho voglia di autunno anche a tavola. E con loro cominciamo la lezione. Devo combattere con la loro golosità. Rubano pezzi di fichi e cucchiaiate di crema pasticcera calda. E salterebbero volentieri il pranzo per mangiare direttamente il dolce.

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Ingredienti per lo Strudel veloce di fichi

° un rotolo di pasta sfoglia

° fichi a piacere

° due biscotti da sbriciolare

° una mela

° scorza grattugiata di un limone

° pinoli e uvetta ammorbidita in acqua calda

 

Ingredienti per la Crema pasticcera

° 500 ml di latte

° 2 cucchiai di farina

° 2 cucchiai di zucchero

° 2 tuorli

° la scorza di un limone tagliata sottile senza la parte bianca

 

Stendere la sfoglia sulla propria carta da forno. Sbriciolare i biscotti. Tagliare a pezzi i fichi, sbucciare la mela e tagliarla a fettine sottili e distribuire il tutto sui biscotti. Aggiungere la scorza del limone, i pinoli e l’uvetta. Arrotolare la sfoglia come se fosse un fagotto. Bucherellare la superficie e infornare a 180° fino a doratura.

Preparae nel frattempo la crema pasticcera. Mettere a scaldare in una pentola di acciaio 400 ml di latte e la scorza del limone. In una ciotola amalgamare benissimo, senza grumi, la farina, lo zucchero, i tuorli e 100 ml di latte. Quando il latte sul fuoco comincia a fumare, prima dell’ebollizione, aggiungerlo piano piano, sempre mescolando, nella ciotola degli altri ingredienti. Rimettere il tutto nella pentola e continuare a mescolare finchè si addensa.

Servire lo strudel a fette, spolverizzato di zucchero a velo, su una base di crema pasticcera calda.

 

 

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26 maggio 2016

Viaggio in Cornovaglia (parte prima) e la zuppa di verdura

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O mamma quanto tempo è passato dall’ultimo post…. Ma ho la giustificazione pronta. Sono stata in viaggio, un bellissimo viaggio che mi porto ancora addosso e dentro e non riesco a staccarmi dalla voglia di tornare indietro….in Cornovaglia. Io e mio marito amiamo viaggiare avendo solo un itinerario di massima e decidiamo di fermarci quando ne abbiamo voglia e in un posto che ci piace. E questo rende sempre i nostri viaggi davvero sorprendenti, ricchi di scoperte e di tempi che ci cuciamo addosso.

Abbiamo visitato tanto, 1600 km in 8 giorni, a bordo di una cinquecento bianca con tettuccio. Armati di un picclo trolley, uno zainetto, macchina fotografica e Iphone sempre pronti. Anche ad essere spenti in momenti davvero emozionanti, di quelli in cui vuoi solo goderti il paesaggio intorno e basta.

Andrò con ordine. Vi elenco le tappe che abbiamo fatto, ma vi parlerò solo di quelle che ci sono piaciute di più e delle cose buone che abbiamo mangiato e che vorrei condividere con voi. Ovviamente per le ricette mi sono adeguatamente documentata con gli abitanti del posto, con gli chef e acquistando libri … Vedrete.

Primo giorno – Arrivo a Londra Stansted, Viene a prenderci Peter, il proprietario del B&B dove alloggeremo. Una casetta in cui mi sento come Alice nel paese delle meraviglie quando diventa grande e vede tutto minuscolo. Porte sghembe, lavandino microscopico, soffitto basso, arredato con grande gusto, letto comodissimo, caldo da morire, almeno per me.

IMG_4842IMG_4851 Insomma sono già felice così. Non vi dico a colazione il giorno dopo, allo stesso tavolo con tutti gli altri ospiti, dove si fa amicizia mentre ci si passa marmellate e burro e pane tostato… Felice come una bambina.

Partiamo…

Secondo giornoStonhenge, bello, enigmatico, la storia, semplice e da vedere. Ti senti in una strana dimensione spazio temporale, che non sai definire. Bisogna andarci per forza se passi di li.   Partenza per Exeter, su cui non mi soffermerò molto…..

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Terzo giorno – attraversiamo il DEVON, che è bellissimo. Cominciamo a perderci tra stradine strettissime simili a quelle piccole strade di campagna che da noi sono i ‘tratturi’ ma che qui, sono le strade ‘ufficiali’  previste dal navigatore. Tutto intorno a noi alberi che, intrecciando i loro rami, formano gallerie magiche, narcisi, primule e giacinti anche nei boschi, come nelle favole. Viaggiamo e viaggiamo, tra colline coperte di erbe, perdendoci nel verde intenso e continuo, in strade lunghissime e tortuose, fino a raggiungere l’oceano.

Siamo a Tintagel, minuscolo paesino, che accoglie la leggenda di Re Artù, con le rovine di quello che un tempo deve essere stato un regno di favola. E salendo i tantissimi, ma davvero tanti e ripidi, gradini di roccia, saliamo sul punto più alto da cui, tra le pietre del castello e del villaggio di un tempo, si domina l’oceano infuriato. Erba, narcisi, vento gelido ovunque. Ma intorno anche tanta magia.

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Ci fermiamo a mangiare in un bel posto perchè dobbiamo anche festeggiare il nostro anniversario e scegliamo uno dei piatti che, ogni volta, mi fa sognare. La zuppa di verdura, ogni volta diversa perchè ‘dipende da quello che c’è al mercato’, per cui, per conoscerla meglio mi rassegno a non chiedere più la ricetta perchè la risposta è sempre quella e decido di comprare appena possibile il libro delle zuppe. Eccola qua. E mi fermo per ora, perchè la strada è lunga e potrei stancarvi…

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Zuppa di verdura

(per due persone)

- olio extravergine di oliva (nella ricetta inglese si usa il burro)

- un porro

- 4 coste di sedano

- uno spicchio d’aglio

- 4 patate grosse

- un litro di brodo vegetale (nella ricetta inglese si usa il brodo di pollo)

- sale e abbondante pepe nero

- panna

- timo (o prezzemolo)

Lavare e tagliare il porro e il sedano. Mettere il tutto a soffriggere in una casseruola con l’olio (o il burro). Far diventare morbido il tutto e aggiungere l’aglio schiacciato e le patate tagliate a cubetti. Far rosolare. Aggiungere il sale. Mescolare. Versare il brodo e far cuocere fino a quando le patate sono diventate morbidissime. aggiungere la panna e il pepe macinato. Deve essere abbondante perchè il sapore finale deve essere piccante. Con un minipimer frullare il tutto. Servite con timo (o prezzemolo tritato)

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10 ottobre 2015

Le mani della mia mamma

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Oggi parlo delle mani della mia mamma. Di quelle che sanno fare mille cose. Nervose e un pò doloranti da qualche tempo, ma mani che creano meraviglie. Le fotografo spesso cercando di fissare in un’immagine anche i suoi insegnamenti. Le sue mani mi hanno accarezzato, hanno tenute strette e ferme le mie per non farmi scappare e per non farmi seguire strade che non approvava. Mi hanno anche dato schiaffi per una sbrigativa ma efficiente educazione, quando pensava che non fossi stata educata nel risponderle. Mi hanno mostrato cosa fare e non fare. Mi hanno rimproverata e subito dopo abbracciata. Mi hanno insegnato come prima cosa ad asciugare piatti e stoviglie, girare per ore litri di latte intero per fare crema pasticcera, e qui mi hanno insegnato la pazienza nel fare le cose, resistendo senza lamentarsi.

Mi hanno insegnato che si può e deve imparare a fare tutto. A cucire un orlo, a tenere in mano l’uncinetto. Perfino a ricamare. E a concentrarsi per ogni cosa che si fa, e non procedere distrattamente, perchè altrimenti le cose non vengono bene. Ma soprattutto mi ha insegnato a cucinare, dosare e assaggiare non solo con la bilancia ma anche con gli occhi e con la mente.

Ma…. hai voglia a fare la focaccia secondo le sue istruzioni, o a intrecciare cartellate come le fa lei, o a tentare di fare cavatelli e orecchiette. Siiii. La focaccia l’ho fatta con lei e ho avuto la sua approvazione, ma poi, tadaaaaaaa, sorpresaaaa,  il sapore non era uguale. Le cartellate, le mie sono belle e buone, ma le sue sono anche tutte uguali. Ma tutte tutte, e non c’è pericolo che lei si sbagli di una sola. Ha negli occhi, nella mente e nelle mani una precisione che incanta.

E poi dovete guardarle quando sistema i fiori. Da sempre ogni volta che vado in campagna, al trullo, appena vedo che son fiorite le rose, e sono belle, al punto giusto…. non le lascio li solo per rispetto alla natura. Le raccolgo per portarle a lei. Anche se è solo una, con qualche cosa di verde, che sia rosmarino, o un rametto di ulivo o un pò di citronella profumata, anche semplice erba…. la porto a lei e aspetto che sistemi tutto anche in un semplice bicchiere. Mi siedo e guardo. E mi incanto. Perchè bisogna avere dentro di se l’idea di bellezza per poterla portare fuori e mostrarla anche con due fili d’erba incrociati.

Giorni fa c’erano un pò di fiori fioriti già da un pò. Avrebbero avuto ancora un paio di giorni di vita. Ma erano nel pieno del loro splendore. E così, come faccio di solito, ho li ho raccolti,  rose rosse, rosa, tagete arancioni, daliette giallorosse e ne ho fatto un piccolo mazzetto. E guardate un pò cosa ne ha fatto lei.

Oggi vi regalo questo incanto.

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25 luglio 2015

Storia di una collana, di un albero e di una vocale

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Qui oggi si sorriderà, si impareranno cose nuove e so già che mi arriveranno un sacco di fischi all’orecchio.

Cominciamo dall’inizio.

Era un giorno di festa, non ricordo quale. so solo che alla nostra tavola c’eravamo tutti. Papà, mamma, i miei fratelli, le mie cognate, tutti i nostri figli, una zia e una coppia di ‘compari’ (marito e moglie) acquisiti. Nel senso che il ‘comparizio’ era tra loro e un paio di miei zii, ma per amicizia, per affetto e, soprattutto, per rispetto, erano diventati compari di tutta la famiglia e quindi per noi erano al pari di parenti cari. Quindi ‘commara T.’ e ‘compare M.’  erano con noi quel giorno a tavola. Persone straordinarie, ricchissime di umanità, cultura contadina, buona volontà, generosità e rispettosi come pochi. Quindi da noi tutti amati. A tavola si parla tutti il dialetto, a volte l’italiano, a volte sbagliando magari qualche finale, incrociando a/e/o, in maniera casuale, come si usa in puglia.

Loro sono state le nostre guide quando abbiamo iniziato a raccogliere le olive per fare l’olio, quando volevamo delucidazioni sull’orto e sui concimi naturali, su tempi e modalità di aratura, taglio dell’erba e potatura…. ecc….. insomma i nostri maestri.

E così quel giorno a tavola si parlava della differenza tra ‘fioroni’ e ‘fichi’, che qui da noi è fondamentale, mentre altrove si chiamano tutti sempre e solo fichi.

Noi in campagna abbiamo solo un albero di fichi, che però non porta molti frutti, nonostante ne spuntino tantissimi, ma poi piano piano cadono quasi tutti, lasciandone solo alcuni. E chiedevamo delucidazioni.

Allora il compare M. iniziò la sua spiegazione. ‘Non tutti gli alberi producono sempre i frutti. Dipende se sta vicino il maschio, oppure no. Per questo anche per il castagno bisogna piantarne due o tre, perchè siccome non si sa come sono, si spera che su tre almeno due sono maschio e femmina’.

‘infatti’, dicevo io, ‘ tutti i castagni a noi sono seccati. Vuol dire che erano tutti uguali. E per i fichi, compare, cosa possiamo fare?’

E lui, ‘Devi usare un metodo vecchio. Devi andare al mercato e devi comprare la collana dei ‘prefìsc’, e l’appènn all’àrv,  che quella, la moscerina, va nella fica e avviene l’impollinaziòòòn’.

Silenzio generale.

A quel punto mio marito disse: ‘Fermati compare, che mi sa che hai preso una strada pericolosa’.

E di li si scatenò l’uragano delle risate, che bloccarono per almeno una mezz’ora l’intero pranzo, con mani sulla pancia e sulla bocca, lacrime agli occhi e pericoloso dondolio di sedie.

ehm ehm….

E così abbiamo capito che per far fruttificare il nostro fico, bisognava portare la collana di frutti di ‘caprifico’  e aspettare la grazia degli insetti impollinatori.

Che poi, mi son sempre chiesta, perchè tutti i gli alberi hanno nomi maschili e i frutti nomi femminili e solo per l’albero del fico questo non succede?

Tutti malpensanti eh?

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12 maggio 2015

La bella stagione arriva: progetti nuovi e una ricetta leggera: Scialatielli con zucchine romanesche e fiori di zucca freschi.

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Sono seduta nella mia terrazza romana, con l’aria fresca che mi accarezza e mi ricorda ancora e sempre quanto è bella questa città in tutte le stagioni. Ma soprattutto ora, che non c’è più il freddo e non c’è ancora il caldo afoso che a breve arriverà. Ora ovunque gli alberi sono verdi di foglie nuove, sono tornati gli uccelli che cantano a squarciagola coprendo a volte anche il rumore del traffico, pensa un pò…. E io ho la fortuna di avere una bella terrazza dove al tramonto mi siedo, bevo qualcosa di fresco e scrivo.

Sono nuova di qui e ancora c’è molto da fare per fare di questa casa la mia casa. E sono qui che faccio schizzi e progetti nuovi per le serate che verranno, e penso a come arredare e non spendere una fortuna. Però già me le immagino le mie cene a lume di candela o sotto il pergolato, con gli amici che preparano con me cose buone e ridono e vivono con me questo nuovo momento. I trasferimenti non sono mai indolori, soprattutto se lasci qualcosa che ami e da cui torni sempre volentieri. Ma diventa tutto più facile se ad aspettarti qui c’è qualcos’altro che ti piace.

Quindi cerco di prendere quello che di buono c’è ovunque. E di fare di ogni luogo casa mia.

Poco tempo fa su facebook girava una pubblicità che mi ha incuriosita. Foto molto belle e curate, di oggetti di arredamento, mobili, tessuti, complementi di arredo ecc, molto vicini ai miei gusti, e con prezzi non esagerati, anzi a volte addirittura convenientissimi. ‘Passeggiando nel sito ho trovato una immensa gamma di prodotti per la casa, giardino, uscite fuori porta, ecc… che si possono scegliere, valutare e comprare direttamente da casa. E così per ‘abbreviare’ i tempi ho lanciato un sondaggio su fb stesso per sapere se altri lo conoscessero o avessero fatto acquisti. Insomma per chiedere informazioni. E così ho scoperto che dal sito Dalani.it, moltissimi miei amici avevano comprato tante cose belle ed erano anche molto soddisfatti della qualità, del rapporto qualità/prezzo, della serietà, della celerità delle consegne ecc….. E così ho già preso un bel pò di appunti e conto di affidarmi a loro per gli acquisti di cui parlavo prima.

E dato che tra i progetti da realizzare ci saranno non solo cene in terrazza, ma anche incontri sull’erba nei parchi di Roma, con picnic e letture belle, guardate un pò cosa ho già ordinato?

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E questi sono gli ‘appunti’ che ho preso per la campagna, la terrazza ecc…..

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E, a proposito della bella stagione che si avvicina, ora parliamo di cose leggere, veloci e buone da mangiare. Qui ormai vado ogni giorno a fare la spesa ai mercati rionali che sono uno spettacolo di colori, di profumi e soprattutto di prodotti freschi. E’ già tempo di zucchine romanesche qui e ricche di fiori bellissimi. Queste zucchine sono tenerissime, saporite e facili da cucinare. Basta solo aggiungere un filo d’olio, una cipolla fresca, un pò di acqua ed è pronto un bel condimento per qualsiasi pasta. Io ho scelto degli scialatielli. Ecco qua la ricetta….

Scialatielli con zucchine romanesche e fiori freschi

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(per due persone)

- 4 zucchine romanesche con i loro fiori

- una cipolla bianca fresca

- due cucchiai di olio extravergine di oliva

- 120 g di scialatielli

- prezzemolo fresco

In una pentola bassa versare l’olio e la cipolla affettata con le zucchine lavate e tagliate a rondelle.

Tenere da parte i fiori.

Soffriggere per un pò e coprire di acqua calda. Salare e portare a cottura. Le zucchine romanesche sono tenere e cuociono presto. Quando pensate che manchi almeno un minuto per completare la cottura, aggiungere i fiori. Quando saranno appassiti, spegnere.

Lessare gli scialatielli in acqua salata bollente. Scolare e mescolare la pasta alle zucchine. aggiungere del prezzemolo fresco, ancora un filo d’olio crudo e servire.

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20 dicembre 2014

I verzolini e il Podere Casale sui colli piacentini

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Scrivo al mio tavolo all’ora del tramonto. Le corse di questo periodo dell’anno, così frenetico, così ricco di ansie, chiedono quiete. Ma ancora non è tempo di fermarsi. Ancora non tutto è pronto… ma forse sono troppo esigente e pronto non lo sarà mai. Ma ho anche imparato a fermarmi solo un momento per calmare il respiro. Oggi ho preparato tutto per il ritorno a casa dei miei figli … E mi soffermo a pensare ai viaggi che riempiono da sempre la mia vita. E soprattutto ai viaggi di cui conservo un bel ricordo per le persone che ho incontrato e per le cose buone che ho assaggiato. Nella pausa del mio pranzo ho preparato per me una ricetta che mi è tornata in mente mentre sorseggiavo un bicchiere di vino speciale. Per un istante son tornata indietro nel tempo…..

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Di ritorno da Milano un pò di tempo fa, come nostro solito, decidemmo di non prendere l’autostrada e di avventurarci per percorsi a noi sconosciuti. Altre volte vi ho raccontato di questa nostra passione e delle belle sorprese che ci son capitate. E anche questa volta stavamo attraversando verso il tramonto una zona che piano piano diventava magica. Era autunno e intorno a noi filari di viti che avvolgevano dolcemente le colline, coloravano tutto di incredibili sfumature di verdi, rosso e giallo.E colline ovunque. Uno spettacolo che ci prese il cuore tanto da decidere di cercare un posto dove dormire per poter godere ancora di questa luce.

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Chiedendo un pò di informazioni ci indicarono un posto poco lontano e li ci dirigemmo… E fu così che conoscemmo il Podere Casale, i suoi proprietari, la signora Daniela e suo figlio Nicolas, le fantastiche torte servite per la nostra colazione, l’antica torre medioevale che ancora domina altera, le camere recentemente ristrutturate e pulitissime, (la nostra addirittura con l’idromassaggio!!!) ma soprattutto conoscemmo una sensazione di piacevolissimo relax che ancora ricordo. Il giorno dopo rimanemmo molto colpiti anche dalla qualità dei salumi che assaggiammo per poter assaporare i vini di loro produzione. Un Gutturnio superiore (di cui poi facemmo scorta…. e il vino di oggi era proprio quello, ecco il perchè di tutta questa nostalgia), la Malvasia e l’Ortugo frizzante.

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Peccato non fosse piena estate e per questo non potemmo godere della loro bella piscina, posta in posizione panoramica, ma ci siamo ripromessi di tornarci ancora, e la programmeremo di sicuro come lunga sosta di qualche lungo viaggio. Anche perchè ho un ricordo piacevole anche della cucina piacentina dei ristorantini vicini all’agriturismo….

E, a proposito di ricetta, oggi ho associato questo vino ai verzolini…  ricetta tipica proprio di questi posti incantevoli.

Fine della pausa, il lavoro continua… e mi devo risvegliare da questi ricordi. Condivido con voi la ricetta e il consiglio di andare personalmente a verificare se quello che vi ho raccontato è vero. L’indirizzo lo trovate QUI e il promemoria del vino lo metto di seguito.

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I verzolini

- 6 foglie di verza (io ho usato quella rossa, ma quella verde è più leggera)

- due patate grosse

- sale, pepe, noce moscata,

- una noce di burro

- tre cucchiai di parmigiano

- due salsicce (o a piacere salumi, o carne lessa)

Sbollentate per qualche minuti le foglie di verza intere. Eliminate la pelle alle salsicce e sbriciolatele in una padella dove avrete versato un paio di cucchiai di olio.

Appena cotte versatele in una ciotola con le patate lesse schiacciate ancora calde e aggiungete il sale, il pepe, la noce moscata, e il parmigiano.

Riempite le foglie di verza con questo ripieno e avvolgetele come un pacchettino. Riporle con i lembi verso sotto, in una teglia da forno imburrata. Spolverate con parmigiano e piccoli fiocchi di burro. Infornate a 200° per circa 30 minuti.

Vino consigliato Gutturnio Superiore.

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6 novembre 2014

Le case e le cozzelle.

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Stamattina il caffè ha un sapore più dolce del solito.  E ho l’impressione che questo addolcisca tutto quello che penso e quello che vedo.

Ieri è stata una giornata di messaggi. Alcuni brutti, di quelli che la mattina quando ti alzi, sai già che forse arriveranno, perchè ti svegli quasi come un senso di attesa fastidiosa, che svanisce all’improvviso, quando senti il ‘din’ giusto. Non tutti i ‘din’, ma tra tanti il tuo cuore lo sa qual è e te lo prepari ad ascoltare. E ascolti….

Poi, a sera tarda, ne arriva uno bello, anche quello lo aspettavi da tempo, ma non sapevi quando sarebbe arrivato. Ci sono cose della vita che, nonostante la tua caparbietà, la tua forza di volontà, non puoi forzare. Ci sono situazioni e scelte che si sistemano da sole, perchè devono seguire il proprio corso. C’è un tempo per tutto… e tu non puoi comandare sul tempo. E’ come se qualcuno avesse deciso per noi da molto, quale debba essere il percorso che dobbiamo fare. E a noi non resta altro da fare che chinare il capo e accettare tranquillamente. Ho alzato mille volte la testa e i pugni, per lottare, con forza e urlando, ma mai, dico mai, ho ottenuto quello che volevo. Ho dovuto aspettare. E poi quasi magicamente le cose hanno fatto il loro corso e le soluzioni sono arrivate.

Io ho scelto lei e lei ha scelto me. Quando si va in giro in cerca di una nuova casa, non bisogna mai studiarne i particolari o ostinarsi a ragionarci su. Si parte da quanto puoi spendere e si scartano subito i sogni impossibili. Tra quelli raggiungibili si entra con cuore aperto e bisogna afferrare al volo la prima sensazione che vivi. La prima e solo la prima. Quelle che seguono sono di contorno e di affinamento. E’ il primo assaggio. Come di un vino, di una buona cioccolata, di un piatto speciale. Devi catturare la prima impressione. E su quella ragionarci. Capire il perchè,  e vedere se tutte le risposte bastano ad accettare anche le cose che non vanno. Poi si va via e ci si dorme su. E la scelta viene da se. Se non ti torna in mente più significa che non ti è entrata dentro. Se invece cominci a pensarci significa che ‘si può fare’,  si può tentare….

Di certo farò mie le storie che mi racconterà, le storie di chi ci è passato, assorbite dai muri e dagli oggetti che troverò. Perchè se in una casa c’è stato amore, amore si respirerà.

Inizia ora una nuova fase della mia vita. Un nuovo capitolo. Una nuova casa da vivere, da aggiungere a quelle che ho. Aprirò un nuovo spazio, fuori e dentro di me. Vivrò un pò qui e un pò li, vagabonda per raggiungere chi amo, sempre con la valigia pronta.

Vedremo (anche perchè non si conosce bene la data di inizio di questa avventura….)

Ora passiamo alla ricetta.

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Anche in questo caso aspettavo il momento giusto per pubblicare questa ricetta. E, aspettando aspettando, è arrivato. Oggi si parla di ‘cozzelle’, come si chiamano da noi le lumache. Si si, proprio quelle che si portano la propria casa con se, sempre e ovunque. Quasi una metafora di quello che siamo anche noi, che ovunque ci spostiamo, ci portiamo dentro quello che davvero è casa, i nostri affetti.

Ogni luogo ha la sua ricetta per le lumachine, e io qui vi racconto la mia. Ricetta e storia.

Nei giorni di estate, dopo gli acquazzoni che profumano l’aria di buono, quando i campi sono pieni di ‘rstùcc’, gli steli tagliati dopo la mietitura, si aspetta che il caldo faccia venir fuori le lumache. E così, dopo la pioggia, magicamente compaiono, tutte appollaiate sugli steli, sulle pietre dei muretti a secco, sui tronchi degli alberi di mandorlo, di ulivo e di ciliegi. E allora tutti dicono… ‘Dai, andiamo a cozzelle?’. E si va a raccogliere tutte queste sprovvedute, che comunque non potrebbero mai scappare, scansando quelle sulle erbe amare. Si mettono in un contenitore che si può coprire, perchè prima o poi, rendendosi conto della fregatura, tentano di scappare, lentamente, venendo fuori e salendo salendo nel cesto, verso l’uscita.

Certo questa ricetta è crudele, ma appartiene ad un tempo dove non si badava tanto a fare gli animalisti. Era buona e basta, faceva parte quasi del gioco della vita, dove animale mangia animale e basta. E le cozzelle erano semplicemente uno dei piatti estivi, raccontato e sognato,  passeggiando con i bambini nei campi. E basta. Quindi ora, chi è troppo sensibile per continuare, si fermi pure qui.

Si portano a casa e si mettono a ‘spurgare’, brutta parola, ma necessaria. Per un giorno almeno, in uno scolapasta coperto. Devono ‘liberarsi’ del superfluo prima di essere cucinate. Quindi si lavano e si mettono in una pentola alta, in acqua fredda, sul fuoco medio. E la crudeltà sta proprio qui. Non bisogna far capire loro la sorte che li aspetta. Accarezzate dolcemente dall’acqua che diventa tiepida, vengono fuori, ignare. Appena fuori, si alza la fiamma per …. continuare. Si formerà una schiumetta che va tolta. A questo punto si aggiungono gli aromi. Origano, pomodori, prezzemolo, aglio, un filo d’olio e una foglia di alloro. Si copre con un coperchio e si fanno cuocere per almeno un quarto d’ora.

Per gustarle al meglio e in maniera primitiva, si mangiano succhiandole (ma gli schizzinosi, le prendono con lo stuzzicadenti). Per facilitarne l’uscita, con i denti si fa un piccolo buco nel guscio, ma bisogna aver acquisito una certa abilità, dopo anni e anni di allenamento, per capire qual è il punto esatto. Decisamente non è un piatto proprio raffinato, ma più uno sfizio ricercato, per chi non ha paura di sporcarsi, e per chi non si innervosisce a sentir gli altri fare quel rumore inevitabile e fastidioso dei tentativi di … aspirazione della lumaca.

A me piace e mi ricorda la mia infanzia, quando ancora, non si alzavano polveroni al suon di ‘Che peccato le cozzelle!’. Ma la prossima estate, provate anche voi e poi ne riparliamo.

Alla prossima.

cozzelle3

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