25 settembre 2014

Aspettando che sia pronto il pranzo (trancio di polpettone con patate e verza al pepe)

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Accidenti, scopro solo ora che sto aspettando invano che cuocia quello che ho messo nel forno. La luce è accesa, la temperatura impostata, ma il pulsante dell’avvio non si è acceso. Maledetto. E ora, quando pensavo fosse già tutto pronto, che alle 14,30 mi tocca ri-uscire per le commissioni pomeridiane, devo ripartire con il programma.

Sono stanca di questo programmare e programmare quello che ho da fare, quello che devo fare che non sempre corrisponde a quello che voglio fare. Ma anni, decenni di insegnamenti sul senso di responsabilità, mi portano, checchè ne dicano gli acidi che mi seguono, a temporeggiare con il piacere per privilegiare il dovere. HO solo la fortuna che spesso mi piaccia anche il dovere. Spesso, appunto, ma non sempre. E quando il sole ancora riscalda quest’aria che respiro, lo vivo sempre come un invito alla diserzione.

Intanto oggi devo cucinare solo per me e, lottando anche qui tra i voglio, i devo e quello che ho, butto velocemente nell’acqua che bolle 6-7 foglie di verza nuova, di quelle verdi, così la comincio da fuori e piano piano arriverò al centro, a quelle tenere, e strada facendo deciderò in quanti modi sono in grado di cucinare le sue foglie. Stupendomi e godendomi il suo sapore che, da sempre, adoro.

In forno ho infilato patate e una specie di polpettone a forma di girella preparato in un momento di solerzia e congelato per i momenti di inerzia, giusto perchè devo svuotare il freezer e per l’occasione dimentico che mi sono votata alla causa vegetariana, rifiutando carne. Ma non abbastanza per buttare la roba da mangiare. In fondo non sono mai stata una coerente io e, più che le convinzioni mi accompagnano i desideri. Quindi ho decisioni altalenanti che piuttosto che farmi sentire in colpa, mi rendono simpatica a me stessa e, soprattutto, umana.

Quindi…. ho mezz’ora di tempo per le parole. Se sarà pronto qualcosa da mangiare, bene, sennò spengo tutto e rimando per cena, tappandomi lo stomaco con una fetta di pane, pomodoro e rucola, pranzo veloce, sempre affidabile e a portata di fame.

E’ da stamattina dicevo che giro per casa, in un turbinio di pensieri da memorizzare, di cose da buttare, di valigie da preparare ancora, di telefonate di chi vuol venire a camminare (non correre) con me, di libri da finire di leggere perchè mi hanno preso a morire, e quelli quando prendono, non ti lasciano più nemmeno nel sonno. E se non li finisci stai sempre la con la testa. E li si mischia piacere puro per la lettura, sofferenza per la storia, invidia per chi sa scrivere così bene, e desiderio di finire e speranza che non finisca mai. Il libro di questa volta è ‘Accabadora’. Accidenti che storia. E l’ho finito 10 minuti fa, e si vede, perchè quando leggo poi mi viene anche un flusso irrefrenabile di parole da scrivere. E questa cosa quanto mi piace…. E questa cosa mi fa decidere di mandare al diavolo tutti i social e gli iphone e i commenti e le app che ti prendono la mente e l’attenzione e non ti lasciano più. Una sorta di ipnosi regressiva, ma nel senso che ti fanno regredire allo stato di larva idiota con l’occhio fisso che segue lo schermo anche da lontano, attratto come da una malìa.

Ci dovrebbero essere anche per questo delle comunità di disintossicazione, o semplicemente in un momento di lucidità scappare via dal virtuale. Spegnere tutto e accorgersi che c’è la luce intorno a noi, e ci sono persone che vogliono parlarci dal vivo, strade di campagna dove andare a passeggiare e fogli di carta vera da riempire di sogni.

Ma tutto questo da domani.

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Vado a vedere cos’è questo odore. Mi stupirei se fosse tutto bruciato, o non mi stupirei affatto dato che quando mi prende la cosa dello scrivere dimentico il mondo e l’orologio.

Da non credere. E’ tutto cotto alla perfezione. L’odore è strepitoso.

La verza sarà condita solo con un filo d’olio e un pò di pepe nero.

La carne è semplicemente un pasticcio di macinato misto impastato a polpettone con al centro una fetta di prosciutto cotto e prezzemolo e qualche pezzettino di parmigiano. Schiacciato, arrotolato e tagliato a fette per congelarlo.

le patate le ho messe accanto alla fetta del polpettone, vicine vicine, con solo un pò di sale su, e per tutto quello che deve cuocere solo un filo di olio sotto.

In forno a 200° sennò brucia, e invece così cuoce piano ovunque.

Bene io vado. Grazie per la compagnia e buon appetito.

Ah dimenticavo! Mi metto anche la tovaglia ricamata che mi ha regalato la mamma quando si è accorta che, mentre me la mostrava, me la guardavo con occhi incantati.

Oggi mi voglio bene. Vogliatevene anche voi.

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20 settembre 2014

La podolica nella mia terra

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E’ bello passeggiare nella campagna mia. Qui i colori sono forti e a tratti ancora selvaggi. E non è insolito incontrare la compagnia di mucche placide che ti guardano con occhioni miti e che ti fanno capire quanto sarebbe bello poter rallentare e seguire lo stesso loro ritmo naturale. E’ rigenerante anche incrociare all’improvviso la maestosità delle nostre masserie, antiche case di campagna, grandi, belle, bianche di pietra e calce o pitturate di un rosso vermiglio con porte azzurre, in mezzo a ettari ed ettari di terra marrone e alberi di ulivo. E alcune di queste sono ancora abitate e vissute, come aziende agricole, e si allevano animali e si producono i nostri fantastici formaggi, caciocavalli e mozzarelle e altro e altro ancora. Altre sono abbandonate, ma piano piano qualche spirito nostalgico o illuminato, le riprende per farne un agriturismo, o dei Bed & Breakfast per full immersion nella campagna pugliese. In alcune aziende agricole attive non è raro trovare una razza antica di bovino, chiamata ‘podolica’, che si lotta per non farla estinguere e che ora comincia ad attirare l’attenzione degli intenditori. Per le sue caratteristiche e la sua storia potrete cliccare QUI

Oggi e domani qui, nel mio paese, è festa. C’è una sagra organizzata dall’associazione Terra delle Noci proprio per far conoscere questa razza e il programma, davvero bello e interessante, prevede convegni, show cooking, degustazioni, gite e pranzo nella masseria (Masseria Colombo) dove si allevano questi animali bellissimi.

La carne della podolica è molto saporita, e conferisce un sapore deciso a tutti i piatti della nostra tradizione. Grazie allo chef Pasquale Fatalino de ‘L’Antica Locanda’ ho potuto degustare in anteprima due suoi piatti e ho potuto anche fotografarli, per poter dare ai miei lettori un’idea di quello che ci aspetta alla sagra. Fortunata me e fortunato chi verrà. Ho cercato di far ‘passare’ anche i profumi e i sapori nelle foto. Ditemi voi se ci sono riuscita.

Quindi, il programma della sagra potrete trovarlo qui e se siete nei paraggi correte tutti a Noci.

E di seguito le due ricette che mi ha regalato Pasquale

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Paccheri con straccetti di podolica, funghi porcini e pomodorini

(per quattro persone)

- 500 g di noce di podolica

- 300 g di porcini

- una cipolla rossa di Acquaviva

- due / tre foglie di alloro

- mezzo bicchiere di vino bianco secco

- sei/sette pomodorini regina

- uno spicchio d’aglio

- peperoncino secondo il proprio gusto

- parmigiano

- prezzemolo

- olio extravergine di oliva

in una padella larga versare l’olio e la cipolla sminuzzata. Appena la cipolla si sarà appassita versare la carne e farla rosolare per bene. Versare il vino e far sfumare. Aggiungere i pomodorini e l’alloro e far cuocere lentamente. Salare p.b.

A parte, in un’altra padella, saltare i porcini con poco olio e uno spicchio d’aglio intero. Aggiungere i funghi nella padella del sughetto di carne.

Cuocere i paccheri al dente e farli saltare nella padella del sugo, amalgamando con un po di parmigiano e prezzemolo tritato.

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E qui la seconda fantastica ricetta

Stracotto di podolica

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- 1 kg di noce di podolica

- 1 kg di cipolle rosse di Acquaviva

- olio extravergine di oliva

- peperoncino

- 1 litro di vino rosso primitivo

- foglia di alloro

in un tegame di coccio come quella della foto,  (usando lo spargifiamma sotto al tegame) , versare l’olio e la cipolla sminuzzata. Far appassire e poi aggiungere la carne, il peperoncino e l’alloro e far rosolare lentamente. Salare.

Aggiungere il vino  e far cuocere lentamente in forno per circa due ore.

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buon appetito

 

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17 settembre 2014

Storia di un fico sciroppato

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Era una di quelle estati in cui arrivi stanco distrutto al periodo delle cosiddette ferie. Manco il tempo di organizzare una piccola vacanza, niente. Niente prenotazioni, niente idee, niente forza di fare nemmeno un tentativo… poi ad agosto con queste premesse dove vai? Ma quando la stanchezza è tanta, questa può generare o il nulla, l’inerzia totale, o la vera follia. A noi toccò quest’ultima.

Infilammo in valigia poco di tutto, sufficiente per un’idea di mare, di montagna, di caldo e di freddo, cuscini in macchina per i bimbi (e si, avevamo anche piccoli i due figli), gameboy per tappare la bocca ad eventuali lamentele per il troppo tempo in macchina, decidemmo solo di dirigerci verso nord,  senza toccare l’autostrada e … via, partimmo. All’avventura. Senza aver prenotato niente. E non c’era manco internet sul cellulare con google e app varie. Così come due pazzi avventurosi, con due bimbi al seguito che si fidavano ciecamente di noi. Sapevano che tra le tante cose avremmo incluso anche cose buone da mangiare e luoghi divertenti da visitare.

E così iniziò un viaggio bello, bellissimo durante il quale visitammo parchi di divertimento, andammo in giro a Ferrara con le bici, sotto il solleone, ci lanciammo con le carrucole nei parchi, andammo al mare, a Comacchio a mangiar le anguille che, scoprimmo, sapevano di fango, telefonando ‘strada strada’ ai vari B&B del posto che avremmo visitato, per essere sicuri che alla fine di ogni  giornata, stanchi morti, avremmo comunque avuto un posto dove dormire.

E così capitammo in un posto chiamato Oriolo Fichi, vicino Faenza. Luoghi a noi sconosciuti del tutto. Avevamo prenotato in un agriturismo, chiamato ‘La Sabbiona’, così, a fiducia. Volevamo una soluzione per una notte, familiare, dove poter mangiare cose genuine… per poi ripartire il giorno dopo per un’altra avventura. Arrivammo tardi, sera inoltrata, la cucina era appena chiusa e la signora che ci accolse ci disse che poteva preparare qualcosa al volo, giusto quello che c’era ….

E così ci vedemmo arrivare una piadina calda calda, di quelle vere, con un formaggio ancora caldo chiamato ‘squaccherooone’ (che allora non conoscevo), e….. un fico sciroppato grondande di sciroppo tiepido.

Uno di quei momenti di magia pura in cui ti chiedi se è vero che stai vivendo li, proprio in quel posto, che stai assaggiando proprio quel sapore, in mezzo ai grilli della sera, in mezzo ad un vigneto in salita, in un luogo lontano da casa tua?????

Quel momento è rimasto marchiato a fuoco nella mia memoria…

Abbiamo quindi concluso la cena con salumi, formaggi, e frutta e siamo andati a dormire, stanchissimi. IL giorno dopo, ottima colazione e via, per continuare l’avventura.

Son passati tanti anni, non ricordo più nemmeno quanti… ogni tanto mi tornava in mente quel sapore, quella sera, quella sensazione di pura poesia. Superata quella pochissima, quasi inesistente, timidezza, o forse scetticismo che mi faceva temere di essere presa per pazza, in un pomeriggio di un autunno incipiente, decisi di cercare su internet ‘La Sabbiona’. E con grande gioia vidi che era sempre li, con le stesse foto, forse le stesse persone, non so… ma era li. Con tanto di mail. E allora mi decisi a scrivere, raccontare questa storia e chiedere…. la ricetta di quei benedetti fichi sciroppati. E la risposta fu gentilissima, stupita, riconoscente e precisa. MI inviarono la ricetta che per due anni ho provato e riprovato a realizzare, ma con scarsi risultati. Mi venivan fuori sempre dei pasticci e il motivo era semplice. Utilizzavo il tipo di fichi sbagliati, senza picciolo, già un pò aperti e quindi si disfacevano durante la cottura. Ho riscritto e, con la santa pazienza, mi hanno ri-spiegato come fare e cosa non fare.

E così son riuscita nell’intento. E così … ho comprato una piadina, lo squaccherone e con i fichi ancora caldi (non ho potuto aspettare!) ho rivissuto la stessa magia. E ho sorriso tutto il pomeriggio come una scema, perchè ero veramente, veramente felice.

fichi2 E ora vi trascrivo la mail che contiene la ricetta.

Gentile Anna

La ringrazio per la sua memoria. Le darò la ricetta, la sua pazienza nel provare deve essere ricompensata. Credo che comunque sia fondamentale il tipo di Fico “ fico della goccia” si chiamano cosi. E’ utile il clima non troppo umido. Allora per 1 kg di Fichi maturi ma sodi, con il picciolo, aggiungere 400 grammi di zucchero, poi un limone tagliato fine ogni 3 kg di Fichi. Lasciar bollire per diverse ore + la pentola è grande e piena + occorre tempo. Quando i fichi sono scuri, lo sciroppo è liquido ma un poco + denso. Per Circa 5 kg occorrono 5/6 ore do cottura, mai mescolare, solo abbassare un poco i fichi, per far venire a galla gli ultimi.

Mi farebbe piacere il link al nostro sito con  la citazione “ ricetta della Sabbiona, Agriturismo e cantina, Faenza “ (cliccateci su…. eheheheh)

Cordiali Saluti

SERENA

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